
di STEFANIA ORTOLANO
Meglio lasciar liberi dieci uomini colpevoli che arrestarne uno
innocente? Il tema degli errori giudiziari è tremendamente attuale. E’
di ieri la storia di Domenico Morrone arrestato nel 1991 e condannato a
21 anni di carcere con l’accusa di aver ucciso due ragazzi a Taranto.
Ma non era vero, grazie alla confessione di due pentiti e alla
revisione del processo Morrone è stato assolto e messo in libertà.
L’altro giorno ha dormito in carcere per l’ultima volta: dopo una
ingiusta detenzione durata 16 anni, un terzo della sua vita e per la
quale già medita di chiedere un risarcimento fra gli 8 e i 12 milioni.
Ma è solo un caso: secondo il Rapporto Italia 2003 dell’Eurispes i casi
di detenzioni non giustificate sono aumentati in maniera vertiginosa.
Centinaia sono i risarcimenti per errori giudiziari, anche se
l'ammontare dei pagamenti, nonostante i limiti massimi stabiliti nel
1999 di 516 milioni di euro, non hanno avuto una crescita altrettanto
imponente. La media è di circa mille risarcimenti all’anno.
Di tutto questo si sta occupando attivamente da anni Gabriele Magno,
giovane avvocato penalista originario di Orsogna, oggi risiedente a
Bologna, e dove con un gruppo di professionista affronta e cerca di
dare delle risposte, tutelando le vittime, sulle questioni di carattere
giudiziario: errori, ingiusta detenzione e lungaggini processuali. Il
gruppo ha realizzato un sito internet (www.art643.org) e fondato
l’associazione Onlus “Vie di mezzo” per sensibilizzare i cittadini ai
problemi sociali.
Su www.art643.org, la delicata tematica della giustizia è affrontata
dando rilievo al tema dell’errore giudiziario, fornendo allo stesso
tempo un preciso quadro normativo su ciò che concerne la giustizia
penale e descrizioni dettagliate su alcuni casi di vittime di ingiusta
detenzione. Come il caso di Massimo Pisano: condannato nel 1994
all'ergastolo assieme all’ex amante Silvana Agresta, che molti
ricorderanno come "gli amanti diabolici di Riano", per l’uxoricidio
della moglie Cinzia Bruno. Pisano è uscito dal carcere di Rebibbia dopo
aver scontato ingiustamente sette anni e mezzo di pena.
Altro esempio, quello di Massimo Carlotto: uno dei casi più controversi
della giustizia italiana. Nel 1976, fu accusato di omicidio dopo il
ritrovamento, nella sua casa di Padova, del corpo di una studentessa
uccisa a coltellate. Da allora iniziò una lunga latitanza sino a quando
non venne arrestato e torturato in Messico, rimpatriato in Italia, dove
gli fu concessa la grazia. Un’esperienza assurda di “sfiga
giudiziaria”, come fu soprannominata, durante la quale prese forma in
Carlotto quella passione per le lettere che ne hanno fatto, dagli anni
‘90, un famoso scrittore giallo.
Ma torniamo ai dati Eurispes 2003: in sei anni il numero delle
richieste di riparazione per ingiusta detenzione si è decuplicato,
passando dalle 197 domande di risarcimento autorizzate nel 1992 alle
1.263 del 2000 (il doppio di quelle del '99). E ancora: la Corte
d'appello di Napoli è quella che ha emesso il numero più alto di
sentenze di ingiusta detenzione, con 449 risarcimenti effettuati nel
'99 (e 152 nel 2000), pari al 9,53% del totale nazionale. In seconda
posizione, la Corte di Reggio Calabria che nello stesso anno aveva dato
420 autorizzazioni, quasi il 9% di tutte quelle concesse in Italia. A
seguire, Palermo e Catanzaro, con 406 e 412 sentenze di ingiusta
detenzione. Fino al '99, più della. metà dei risarcimenti (54,05%) sono
stati riconosciuti da giudici del Sud Italia, un quarto al Nord (24,41
%) e un quinto (21,54%) al Centro. Nei primi quattro mesi del 2001,
inoltre, sono state presentate ben 509 domande, concentrate in sole sei
Corti, delle quali quasi la metà (241) sono arrivate alla Corte
d'appello di Roma.
"Oltre al danno morale – spiega l’avvocato Magno – l’ingiusta
detenzione ha numerosi e gravi altri risvolti: c’è la perdita di stima
risolta in una continua rincorsa alla pretesa di riconoscimento della
propria innocenza; c’è la privazione di un tempo immenso che nessuno
potrà più riconfermare; c’è la messa in discussione della stessa
dignità umana”.
nella foto l'avvocato Gabriele Magno
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