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Forestiero

L'arresto, una famiglia distrutta, la carcerazione in regime di 41 bis, e poi l'assoluzione... ma chi ti ridà la tua vita di prima, i genitori morti, il lavoro perso?

Di Roberto Giannoni, febbraio 2003

Roberto Giannoni è stato al centro di una terribile vicenda giudiziaria che ha sconvolto la sua vita e distrutto la sua famiglia. Bancario, direttore della filiale di Sassetta della Cassa di Risparmio di Livorno, viene arrestato il 10 giugno 1992 dagli uomini della DIA di Firenze con l'accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso, usura, concorso in usura, estorsioni, riciclaggio, traffico di stupefacenti ed armi.
Tutto si regge sulle dichiarazioni rilasciate da due collaboratori di giustizia. Gli vengono negati gli arresti domiciliari, resta in carcere per 12 mesi, di cui 10 sotto il regime del 41 bis in custodia cautelare. Viene assolto su richiesta della stessa procura al termine di un processo durato quasi quattro anni ed una vicenda durata sei anni sei mesi sei giorni. Nel frattempo ha perso il posto di lavoro, il padre è morto di crepacuore un mese prima dell'inizio del processo, la madre un mese dopo la sentenza, sfinita dall'angoscia.
Su questa vicenda ha scritto un libro, Hotel Sollicciano - 12 mesi in una suite dello Stato a mezza pensione. Quella che segue è una testimonianza che Roberto Giannoni ci ha mandato, contattandoci attraverso il nostro sito.

E' difficile da spiegare, da capire, da far credere come un click possa cambiarti per sempre la vita. E' quello delle manette che ti scattano ai polsi alle 4,15 di mattina nel bel mezzo di una vita passata a lavorare sodo e seriamente, prima di quel momento non si può immaginare cosa possa essere l'arresto, cosa significa perdere la libertà, non essere più padrone di te stesso. Oggi paragono le parole del mio avvocato che dopo aver parlato con i poliziotti mi disse: "Roberto, ti arrestano", alle parole che i medici mi dissero pochi istanti prima che mio padre e mia madre morissero: "Roberto, stanno per morire".
Non sapevo cosa fosse la morte e fino a quando vedevo il respiro non riuscivo a capire, a spiegarmi come una persona potesse morire, così fino a quando non ho sentito quel click non sapevo cosa fosse un arresto.
Ma soprattutto non ci credi: non credi che una persona a te cara possa andarsene per sempre e finchè vedi un respiro speri che non muoia mai, e così fino a che non senti il click non credi che a te innocente possano toglierti la libertà
Dopo quel click ho lasciato la mia casa con i miei genitori atterriti e smarriti in mezzo al corridoio, un'immagine che rimarrà per sempre nella mia mente. Sconcerto e disperazione è stata la prima sensazione. Una vita distrutta in pochi minuti
Portato via sottobraccio dai poliziotti, il "mio mondo" è scomparso.
Sono stato fatto salire su di un'auto ed ho iniziato un lungo viaggio, che mi ha portato ad attraversare due mondi nuovi.
Non vedevo più nulla intorno a me, lo sguardo si perdeva nel vuoto, non focalizzavo più, sentivo le voci ma non vedevo le persone, una folle corsa a sirena spiegata fino ad arrivare in Procura, quindi "spinto" senza poter ragionare, rendermi conto di dove mi trovavo, interrogato per ore ed ore e poi di nuovo via di corsa sempre a sirene spiegate, fino ad arrivare al carcere, e qui con un lugubre rumore si è spalancato il grande cancello e sono entrato nel tunnel della carcerazione
Sono entrato come per incanto in un mondo che non conoscevo ma che è sempre esistito, ed in quel momento così disperato il detenuto che mi ha accolto era la persona che più capiva il mio dolore, perchè chi soffre dietro quelle sbarre può capire veramente la sofferenza di uno che sta entrandoci.
La sorpresa di aver trovato nel compagno di cella un'umanità semplice, povera ma sincera, non riusciva a togliermi il trauma della limitazione di spazio, dover dividere una cella di 12 mq. con un'altra persona con la quale non c'era nessuna affinità. Lo scandire concitato dei tempi e delle cose che si devono fare in veloce sequenza, con ogni giornata sempre identica alle precedenti, mi facevano arrivare rapidamente al momento in cui spegnevano la luce e rimanevo al buio con la disperazione che si faceva più grande.
Parlavo, ascoltavo gli altri detenuti, ognuno di loro aveva una parola buona quando con il pianto cercavo di alleviare un po' la sofferenza, rispondevo loro con dei cenni, annuivo accettando i loro consigli, ma dentro di me ero con il pensiero lontano da loro, da quel mondo, vivevo ora dopo ora pensando di tornare nel mondo che avevo lasciato, era lì che io ero sempre con la testa. Dopo pochi mesi sono stato trasferito sotto il regime del 41 bis, la massima restrizione carceraria, il carcere duro, quello dei mafiosi.
Mi giravo intorno, assente con la mente, ma ero sempre in compagnia di un pensiero che non mi lasciava mai, la testa mi scoppiava, sentivo solo vuoto ed abbandono.
Il passo delle guardie ed il tintinnio ferreo delle chiavi riuscivano a distrarmi un momento ed era come mi fermassi sull'orlo del precipizio: quel suono di chiavi era la voce che mi urlava l'istante prima di gettarmi nel vuoto. L'urlo del silenzio era assordante, più mi tappavo le orecchie e più si faceva forte.
C'era il conforto della fede con il cappellano del carcere che aveva sempre una parola di aiuto per tutti, c'erano i medici, psicologi, psichiatri, assistenti sociali, persone civili che ti portavano negli incontri un pezzo di quel mondo che ricordavo ed al quale mi avevano ingiustamente strappato, ma io mi sentivo ed ero innocente e mi ritrovavo in un luogo dove si espiano le condanne, ed allora davanti a queste persone, ognuna delle quali svolgendo il suo lavoro cercava di aiutarmi, io mi sentivo in difficoltà, provavo disagio, vergogna, sarei tanto voluto sparire.
Il tempo scorre rapido, può sembrare strano, sei spinto continuamente dalla conta del mattino fino alla sera quando ti chiudono il blindato, ma anche perchè speri di correre incontro al processo e per un innocente l'assoluzione dovrebbe essere sicura, ma i dubbi, le angosce, il perverso evolversi della vicenda, ti mette tutto in discussione e ti pone terribili interrogativi.
Passi le ore, abbarbicato al cancello con la faccia spiaccicata alle sbarre per avere un campo visivo maggiore.

L'angoscia di affrontare un processo con il terrore di non riuscire a dimostrare la mia innocenza
Sotto il regime del 41 bis, due colloqui al mese con i miei genitori, biancheria ridotta all'essenziale, pantaloni senza cintura, due ore sole di aria al giorno, nessuna possibilità di cucinare, a gomito e branda con i boss, quelli veri. Lì, mi sembrava di rivivere il film "Il Padrino".
All'inizio nessuno di questi signori mi rivolgeva parola, poi piano, piano vengo avvicinato, mi si chiede il nome, la professione e perchè mi trovo lì. Declinate le mie generalità dico: associazione a delinquere di stampo mafioso. Qualcuno mi guarda con sospetto, altri accennano un sorriso, un vecchio boss mi guarda dall'alto in basso e sentenzia: voi siete un coglione, altro che un mafioso.
Questa sezione mi vedrà ospite per 10 mesi, per tutto questo periodo godrò delle gentilezze dei miei scomodi vicini di casa, ma non riesco, non mi è possibile sentirmi un inquilino di quei palazzi.
Ed è arrivato dopo 365 giorni il giorno della scarcerazione.
L'euforia di tornare libero è durata poco, quando la guardia mi ha comunicato che ero libero ho esultato, preparato in fretta le poche cose che avevo, salutato fugacemente gli altri detenuti e dentro di me ho pensato: sono libero, ritorno, finalmente, nel mio "mondo".
Ma dopo l'abbraccio con i familiari e gli amici che erano ad attendermi, fatti alcuni passi mi sono fermato ed un pensiero mi ha subito assalito la mente: stavo entrando in un mondo del quale sentivo di non fare più parte.
L'angoscia di affrontare un processo con il terrore di non riuscire a dimostrare la mia innocenza unito al fatto di incontrare persone, anche conoscenti, nelle quali leggere velatamente una forma di dubbio, avere la sensazione che chi ti parla non vede l'ora di finire la conversazione, bussare a tantissime porte e accorgerti che, con una scusa banale, tutti ti negano un lavoro, tutto ciò rafforzava in me la convinzione di essere in un mondo che non conoscevo, che non era più quello che avevo lasciato e per il quale avevo trascorso il mio tempo con il desiderio di ritornarci.
Ora, libero, volevo fuggire da quel mondo e quando al mattino uscivo di casa, evitavo le strade del centro cercando di incontrare meno persone possibile, mi sentivo un oggetto misterioso motivo di curiosità.
E' il momento in cui scopri gli amici veri, quelli che non hanno aspettato l'assoluzione per credere in me e darmi il loro affetto, ed è così che comincia a maturare verso questo mondo un rapporto dove la fiducia non è più totale. Questo sentimento infatti non passa più per il cuore, ma attraverso le valutazioni più fredde e razionali della mente.
Finivo per rifugiarmi nel retrobottega di tre amici, lì mi sentivo più tranquillo, ritrovavo un pizzico di serenità e speranza ed anche un po' di quel mondo che avevo lasciato.
Dopo aver ascoltato la sentenza che decretava l' assoluzione, il mio pensiero è corso subito alla memoria di mio padre ed a mia madre che stava morendo in ospedale colpita da un tumore sconosciuto, ma anche ad Aldo, Carlo e Leoluca, i tre amici che mi accoglievano nel loro retro bottega aiutandomi infinitamente. In quel momento ho capito che forse avevo abusato della loro grande disponibilità e fraterna amicizia, mettendoli con la mia presenza in difficoltà, ed ero contento per loro della mia assoluzione che li gratificava, ma chissà quanta amarezza e dispiacere avrei dato loro se colpito anche solo da una piccola condanna.
Continuavo comunque ad avere la sensazione che tutti mi guardassero, e camminavo a testa china evitando gli sguardi anche di chi non conoscevo, era un rigetto istintivo verso quel mondo dal quale mi sentivo abbandonato, tradito proprio da quei valori sociali e morali nei quali avevo sempre creduto.